In space there is no white

stbAvrete tutti sentito nominare, almeno una volta nella vita, un colore. E con nominare non intendo un asettico “verde” o “giallo”, ma uno di quegli imbarazzanti appellativi tipo “blu ceruleo”, “grigio asparago” o “incarnato prugna”. Raccapricciante. Sarà che sono amante del caffè e di Starbucks, ma quando ho letto di un colore dal nome Cosmic Latte non ho potuto fare a meno di saperne di più. Ma partiamo dall’inizio della storia.

È il 2001. Alla John Hopkins University di Baltimora, Maryland, Karl Glazebrook e Ivan Baldry stanno studiando la formazione delle galassie partendo dalle differenze nelle emissioni dei rispettivi spettri cromatici. Come spesso capita nelle ricerche scientifiche, i dati emersi rivelano l’inatteso: con tra le mani gli spettri cromatici di oltre 200.000 galassie, Glazebrook e Baldry hanno calcolato il colore medio dell’universo, che è risultato essere una sorta di bianco sporco (a dire la verità, all’inizio il risultato era una sfumatura di verde: ma il computer aveva sbagliato i conti, bontà sua).

Il colore corretto (#FFF8E7 o in RGB: 255|248|231 - lo vedete in testa a questo messaggio, calibrazione del monitor permettendo) aveva però bisogno di un nome. I due, quindi, hanno mobilitato la comunità scientifica attraverso il Washington Post. Sono giunte numerosissime risposte, poi messe ai voti. A vincere (non a maggioranza, certo, ma che cazzo: Glazebrook e Baldry avevano pur il diritto di veto), l’idea di Peter Drum che, seduto ad un tavolo di Starbucks a sorseggiare il suo Latte Macchiato, si è accorto dell’incredibile somiglianza tra il colore individuato dai due astronomi e il colore della bevanda nel suo bicchiere.

Presto detto: il colore medio dell’universo, da allora, si chiama Cosmic Latte. Tra i classificati, ci sono anche Cappuccino Cosmico (sempre di Drum, che evidentemente dev’essere un caffeinomane), Skyvory e Univeige. Mi sembra impossibile che Starbucks non abbia già rapinato i nomi per farci delle bevande dai gusti improbabili. Comunque: se ve la sentite di approfondire il tema, qui c’è un bel trattato in proposito.

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Stefano Torregrossa

Stefano Torregrossa

Graphic Designer creativo e sicuro di sé. Appassionato di nuove tendenze, di design, di software; ama lo stile moderno, minimale ma d’impatto, la grafica vettoriale e tipografica, i Macintosh e le tavolette grafiche. Adora costruire brand identity, valorizzare i punti di forza delle aziende, accompagnare il cliente verso migliori scelte di comunicazione, produrre layout grafici complessi ma efficaci. Quando è al computer, ascolta sempre musica ad alto volume. Fa questo mestiere da 8 anni, e quando lavora si diverte ancora come se fosse il primo giorno.

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