The answer is blowing in the crowd

facepartyPonzio Pilato ha un problema. Il ragazzo che, secondo l’autorità, dovrà essere giustiziato in quanto blasfemo, lo turba profondamente: certo avrà pure idee stravaganti, ma ispira un senso di fiducia (di più: di onestà) come difficilmente gli è capitato di percepire in individui che non conosce. Insomma, sente che mandarlo a morire sarebbe una grave ingiustizia. Difficile però, prendersi la responsabilità di revocare la condanna (E se si sbagliasse? ).
Un’usanza del tempo consentiva di liberare un prigioniero in tempo di Pasqua: Pilato sa di essere l’unico in grado di salvare quel ragazzo. Ma non ce la fa.
Gli viene un’idea: fa portare un altro reo di nome Barabba e si affaccia al balcone con i due “cattivi esempi”, lasciando che sia la folla a scegliere chi dei due sarebbe stato graziato…

Può essere annoverato come un (celebre) caso di crowdsourcing?
Per quanto drammatico e sacrilego, forse sì…
Intanto però, perché il termine venga coniato e il concetto diventi forte per come ce lo troviamo oggi, dovremo attendere un paio di millenni, quando in un articolo pubblicato su Wired nel giugno 2006, Jeff Howe coglie l’assonanza che esiste tra crowd (folla) e la radice di outsourcing (un termine che indica esternalizzazione del lavoro e dei servizi da parte delle aziende), intendendo questo:
Outsourcing è quando una società automobilistica vuole lanciare sul mercato un’auto simile alla Fiat 500; il responsabile della progettazione delega il progetto a uno studio di design di cui si fida, pagando loro le profumate parcelle previste per la prestazione.
Crowdsourcing è quando lo stesso responsabile della progettazione pensa che se si potesse mettere in contatto con una comunità di “fissati di design” (centinaia di soggetti tra cui professionisti, artisti, semplici amatori, cani sciolti e principianti), potendo fissare un premio sostanzioso per il lavoro migliore, sarebbe sicuro di trovare la soluzione per il concept proposto dall’azienda.

Detto fatto: siamo al tempo in cui internet viene utilizzato principalmente per scopi sociali, e in cui definirsi parte di una community non è più cosa da n.e.r.d.
Chi pensava che la maggior parte dei frequentatori assidui di un forum avesse bisogno di uno psicologo per essere reintegrato nel “mondo dei vivi”, oggi si compiace quando viene taggato su Facebook e controlla quotidianamente le visualizzazioni e i commenti al proprio ultimo video-scherzo telefonico.

La facilità di contatto offerta dai social network consente di incontrare persone con cui si condividono gusti, passioni, ambiti professionali e stili di vita; la quantità e qualità delle piattaforme esistenti ci permettono di scegliere dove. A chiudere il cerchio: lo sviluppo tecnologico dei software e dei dispositivi che ,come diceva lo stesso Howe, “sta abbattendo le barriere di costo che una volta separavano il professionista dall’amatore [...]. Dalle piccole aziende alle industrie, che si tratti di prodotti farmaceutici o televisori, tutti vanno in cerca di un modo per intercettare il talento latente della folla“.

E’ di oggi la notizia secondo cui i titolari di Twitter avrebbero trovato il disegno giusto per rappresentare il logo con l’uccellino del social networking grazie al crowdsourcing (pagandolo ben 6$: sì, senza zeri).

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Francesco Martinelli

Per anni vittima del digital divide, passo molto tempo col computer acceso, tanto che le voci dentro la mia testa si illuminano accompagnate dal rumore dei messaggi di Skype. La parola chiave che preferisco è "community". Ne ho frequentate e ne frequento molte, su piattaforme molteplici, anche se penso spesso all'epoca delle chat #IRC. Puoi trovarmi anche su: Twitter FriendFeed LinkedIn

Un Commento

  1. [...] con fund raising (alimentando il gusto di giocare con le parole che già ha dato vita alla stessa crowdsourcing) ; penso si sia già capito di cosa si tratta. Ong, associazioni no-profit e professionisti della [...]

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