Un bel carattere

immagine-2

Non credo esista un conteggio reale di tutti i font disponibili al mondo. Se guardo nella mia libreria personale, arrivo a 8732. Ma ho due cartelle ancora zippate con circa 2000 font l’una da controllare: e vi assicuro che chi fa grafica di professione non è molto diverso da me. Si possono fare delle categorie, certo: le più usate, a grandi linee, sono queste:

- graziati: sono font di gusto classico che hanno quelle caratteristiche “uncinature” (dette grazie) su ascendenti, discendenti e terminali delle lettere. L’esempio più noto è Times New Roman; ma sono altrettanto conosciuti Garamond, Bookman, Bodoni.

- bastoni: in gergo, i font senza grazie, dal gusto più moderno. I più noti, senza ombra di dubbio, sono Arial, Helvetica e Verdana.

- corsivi: English, Alison, Edwardian, sono spesso caratterizzati dal suffisso Script. Font superclassici, usati in ambiti particolari (cerimonie eleganti, etichette di vino pregiato).

- handwriting: per tutti quelli che usano Mistral e Brush Script come fossero gli unici font al mondo. Handwrited sono quei font che mimano la scrittura a mano. Carini, in piccole dosi e pochissimi casi: soffrono di poca leggibilità e, il più delle volte, infantilismo.

Le categorie in realtà sarebbero innumerevoli: grunge (font rovinati, mangiati, incompleti, dal tipico stile street-art), comic, gothic; e molti font sono trasversali a queste categorie o addirittura esterni a qualunque di esse.

1_canhamjpg

Scegliere un font per un progetto, a questo punto, non è affar da poco: non esistono regole generali, non esistono condotte codificate da seguire - se non l’intelligenza, la coerenza e il buon gusto.

L’intelligenza nella scelta sta tutta nel cogliere il senso profondo del progetto. Una brochure per uno studio di programmazione software non può utilizzare un qualunque font graziato. Un’affissione stradale non può usare font corsivi, sottili e di poca leggibilità.

Con coerenza mi riferisco all’aspetto generale dei caratteri sul progetto. Usare quattro, cinque o persino sei font diversi nello stesso campo visivo è indice di poca coerenza: il lavoro diventa un’arlecchinata, troppo carica e pesante, un esercizio di (poco) stile in cui è facile cadere - specie se si hanno a disposizione migliaia di font e le idee poco chiare sul messaggio da trasmettere.

Ed infine, l’ultimo arbitro di ogni scelta: il buon gusto. Significa non usare sempre gli stessi font; significa essere convinti che un font non potrà mai valere un altro; significa avere il coraggio di osare, di modificare i font, di forzare il confine della leggibilità -se il progetto lo permette; significa essere consapevoli che il carattere non è soltanto il veicolo di un contenuto, ma è vero e proprio segno grafico, prima ancora di qualunque altra cosa.

Bookmark and Share

add this

Stefano Torregrossa

Stefano Torregrossa

Graphic Designer creativo e sicuro di sé. Appassionato di nuove tendenze, di design, di software; ama lo stile moderno, minimale ma d’impatto, la grafica vettoriale e tipografica, i Macintosh e le tavolette grafiche. Adora costruire brand identity, valorizzare i punti di forza delle aziende, accompagnare il cliente verso migliori scelte di comunicazione, produrre layout grafici complessi ma efficaci. Quando è al computer, ascolta sempre musica ad alto volume. Fa questo mestiere da 8 anni, e quando lavora si diverte ancora come se fosse il primo giorno.

Facci sapere cosa ne pensi